L’analfabeta, o dello sradicamento

Dopo il successo della “Trilogia della Città di K“, Federica Fracassi e Fanny & Alexander tornano nel labirinto di Ágota Kristóf per misurarsi con uno dei temi più importanti del secondo dopoguerra, lo sradicamento. A ben vedere, i semi teoretici erano stati gettati già alla fine della Prima guerra mondiale, in “Essere e Tempo” di Martin Heidegger e in tutta la letteratura correlata, in Francia molto ramificata grazie a Sartre, Camus, Blanchot e tutti gli esegeti del testo heideggeriano. A quel tempo venne etichettato come esistenzialismo, ma oggi questa etichetta non ha più alcun senso. E dunque, dopo averli magnificamente indossati nella Trilogia, Fracassi veste ancora i panni della scrittrice nella nuova pièce, “L’analfabeta”, anche questa co-prodotta dal Piccolo Teatro di Milano.
L’idea – o meglio la sfida – è quella di indagare la matrice biografica della Kristóf per carpire la linfa segreta della sua scrittura. Fracassi-Kristóf è in scena da sola dietro a un vetro opaco, che vela, riflette, filtra e funge anche da schermo per i contributi video che accompagnano la sua narrazione. Nei panni di Ágota, seduta su un banco di lavoro mentre tormenta un quadrante di orologio da manutenere, parla in prima persona della sua prima giovinezza, della fuga dall’Ungheria con la figlia di un anno e il marito, e dell’approdo in Svizzera a Neuchatel, dove trova lavoro come operaia in un fabbrica di orologi.
La nuova patria, però, non provoca un senso di sollievo e felicità. Al contrario, questa nuova sicurezza (lavoro-casa-accudimento della prole) genera nell’inquieta profuga un senso di dolorosa claustrofobia che la rende progressivamente incapace di esprimersi, sia in ungherese che in francese, lingua del cantone. Ágota sprofonda così in uno strano stato di analfabetismo che, come si evince, è un atto di muta ribellione per il ricco “deserto” elvetico, non solo invalido come nuova patria ma inospitale come una prigione. Per 5 lunghi anni Kristóf proverà a imparare il francese senza successo, fino a quando, con un corso, spezzerà l’incantesimo. Da lì, rinascendo torna capace di scrivere e parlare bene anche nella sua nuova lingua, con cui alla fine scrive tutti i suoi libri, redatti in un francese laconico e misterico.

La vicenda sembra quindi suggerirci che lo sradicamento dalla lingua natale e il rimpatriamento nella nuova identità linguistica, siano le cifre che rendono possibile l’espressione, scritta e orale. Il linguaggio tout court. La perdita di tutto spalanca un nuovo orizzonte. Ma il prezzo da pagare è alto, Kristóf a un certo punto dice di aver pianto, pianto e ancora pianto tutte le lacrime del mondo, per poi non riuscire a piangere mai più. Lacerato si rivela il cuore dell’artista, che appartiene solo alla sua arte – in questo caso la scrittura – e che ogni elemento della vita colloca come materiale nel crogiolo alchemico.
Fracassi è perfetta nella parte e a suo agio come novella Kristóf anche perché il vero attore soffre dello stesso fenomeno: lo sradicamento (da un’identità unica) è la sua dimensione “ontologica”, quella che lo vede plastilina eternamente modellata dalla propria urgenza creativa. E forse qui sta anche il valore aggiunto del progetto: la sradicata Fracassi, che si sente “a casa” nei panni di Kristóf, portati con dolore “vero”, lascia affiorare anche quel fondo orrorifico (il terrore di sè) abissale che rende il linguaggio della Kristóf così potente e atemporale da rendere terribile la sua figura. Se il “deserto” svizzero è una prigione, anche il destino dello scrittore lo è: non c’è salvezza, così come non può esistere una patria. E il gioco drammaturgico delle identificazioni, calibrato come un delicato meccanismo di orologio svizzero, ci lascia via via senza appigli e senza una liberatoria e risolutiva commozione, perché l’abime raggela e spaventa e la sua nuda presenza non dà scampo.

Piccolo Teatro Studio Melato (Via Rivoli 6 – M2 Lanza), dal 23 ottobre al 2 novembre 2025
L’analfabeta
di Ágota Kristóf
un progetto di Fanny & Alexander e Federica Fracassi
traduzione e adattamento Chiara Lagani
con Federica Fracassi
regia, scene, luci, video Luigi Noah De Angelis
sound design Damiano Meacci
installazione multimediale Voxel
costumi Chiara Lagani
organizzazione e promozione Andrea Martelli, Marco Molduzzi
amministrazione Stefano Toma
produzione E Production, Piccolo Teatro di Milano / Teatro d’Europa, Teatro Stabile di Bolzano
in collaborazione con Romaeuropa Festival, Olinda/TeatroLaCucina, AMATù
e Comune di San Benedetto del Tronto
La narrazione è esile, frammentaria, il resoconto immaginario di una figlia agée e alquanto stramba (un personaggio ai margini di sapore felliniano, ma volendo anche un idiot savant anche se il QI del personaggio è ben più alto), del pranzo domenicale con i genitori novantenni. Lo schema è semplice, lineare: la figlia stramba descrive fenomenologicamente e buffonescamente tutta la giornata: dall’arrivo e dal parcheggio dell’auto al caffè, passando per il primo, il secondo e le patatine, “una montagna di patatine fritte, che come le fa la mamma non le fa nessuno”. In mezzo ma dappertutto, c’è la morte. I genitori non parlano d’altro, e la figlia racconta la loro vita attraverso l’ossessione per la morte. Da novantenni aspettano l’ultimo appuntamento. Il suo unico interlocutore è lo scheletrino transazionale, che viene sfidato, carezzato, gingillato, percosso, fatto cadere e sbeffeggiato.
Il padre, preciso e maniacale catalogatore, è incapace di esprimere direttamente le emozioni. La madre, al contrario, è emotiva e pensierosa, un’ottima cuoca ma non dorme, ha paura dell’arrivo del momento fatale. I piani si sovrappongono, Dammacco mischia con grazia polpette e ansia, angoscia e faticosa accettazione della fine, che per tutti, al di là del paradiso a cui non crede quasi più nessuno, è un salto nel nulla che fa paura ma la paura, se affrontata, aiuta a vivere meglio. Ma pensare che possano esistere i cancelli del cielo e il Paradiso, anche per noi laici senza speranze, racconta la buffona, non è poi un gran peccato e può capitare di andarsene con questo sogno una volta arrivati al momento.
La sfida di Dammacco|Balivo – già acclamati dalla critica vincitori tra gli altri premi di due Ubu: nel 2017 a Serena Balivo come miglior attrice under 35 e nel 2021 a Mariano Dammacco per il migliore testo italiano – è giocare una partita con la morte per riproporre il tema del corpo “reale” e dell’identità “vera” immersi nel tempo e (anche contro), in un mondo al contrario sempre più fake, che elimina artificialmente il rapporto con la clessidra creando legioni di Frankenstein senza identità, sordi e ciechi alle leggi della temporalità. I riccioli grigi della protagonista e la sua allure sghemba ma unica sono quindi un atto liberatorio e di rottura, che rilancia la missione del teatro di ricerca, di esprimere le contraddizioni dell’animo umano: le sue fragilità ma anche le piccole bellezze, con un linguaggio che parte da visioni forti, sentimenti profondi e da maestri importanti.



Dice Riccardo Pippa, regista della pièce, sul significato di Note a margine. “Andare oltre la finitudine delle cose. Non è solo l’assunzione della fine, ma il ricercare anche teatralmente il modo di affrontare e di agire rispetto alla condizione di partenza. Le note a margine sono tutti quei tentativi di smarginare, di superare ciò che essendo limitato, finisce”.